Slayer – Reign In Blood (1986)

Slayer – Reign In Blood (1986)

Se, come sarebbe argomentabile, la musica popolare, non essendo né arte né scienza, non ha granché di nuovo o importante da comunicare, ma svolge una funzione di compagnia, sprone, supporto, alla stregua di qualche cosa d’atmosferico o d’una conversazione con qualcuno nostro pari, con qualcuno con cui riusciamo ad intrattenere un corpo a corpo esistenziale, allora, la musica popolare cantata in una lingua che non si conosce, dal non capirne i testi non subirà decurtazione alcuna; tanto, non avendo comunque granché da comunicare, la comprensione o meno del testo cantato non altererà granché questo granché. Quando si ha un poco per definizione, si resta in ogni caso con questo poco.

Anzi, se un testo, dopo averlo capito, ci fa cader le braccia perché troppo rozzo ingenuo infantile e banale; non capirlo, non conoscer la lingua in cui è scritto, aiuta, non danneggia quel testo. E consente di stimolare la nostra immaginazione altrimenti frustrata e inibita. Magari, questo sì, è importante capire qua e là qualche parola; giusto per aver l’orientamento all’interno d’un qualche campo semantico; ma non di più.

Tali considerazioni, se valgono per la musica popolare – dalla cavernicola alla dance – valgono in special modo per quello stile del genere rock costituito dal metal. I testi metal – ma meglio sarebbe dire: il campo semiotico metal; in questo comprendendo, oltre ai testi, le copertine degli album, la simbologia e il look dei gruppi ecc. – si sono sviluppati, genericamente parlando, dall’iniziale zotichezza maschilista hard-rock, ad un sempre più esasperato, e fine a se stesso in misura tale da raggiungere sovente il ridicolo, patologico sadismo apocalittico e guerrafondaio, mezzo manicheo e mezzo necrofago. Sviluppo – testi e simboli a parte – accompagnato da una musica sempre più percussiva violenta assordante; tanto da cadere, anche qui, in un fine a se stesso per cui, rotta la barriera del suono, si continua a stanziare cocciuti e conformisti oltre tale barriera ma, senza più nulla da rompere, ciò risulta troppo spesso un qualche cosa d’inutile insignificante e pretestuoso.
Per tradurre quanto detto in stili metal e vedere l’importanza che in tale percorso detiene “Reign In Blood”, si ricorderà che dal metal anni Settanta di Black Sabbath e Judas Priest, poi portato al suo compimento dagli Iron Maiden, si è passati, tramite i Motörhead e i Venom, all’heavy-metal dei Metallica nelle sue sfumature, da alcuni non rilevate, thrash e speed: la prima già dei Motörhead; la seconda giunta ai Metallica grazie all’hardcore che con ciò risulta elemento fondativo del metal più estremo.
Come però, e si parla di trent’anni fa, dell’epoca di “Kill ’Em All”, come andare ancora oltre? Tramite un oltranzismo all’infinito di forme e contenuti, di simboli e suoni. È quello che fecero, a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, il grindcore dei Napalm Death e il death metal di Possessed e, appunto, Death. I quali si può ritenere che stilisticamente raggiunsero il punto di non-ritorno per un genere, il metal, che non per nulla, in concomitanza con l’esaurirsi del rock in epoca grunge, e onanismi o speculazioni a parte, non ha espresso quasi più niente d’autentico o degno di attenzione.
Ma l’oltranzismo di chi instaurò il grindcore o il death metal era degno d’attenzione perché avanguardistico. Al pari di quello di chi concentrò la più articolata proposta dei Metallica in un unico aspetto: il thrash, condotto così alle sue estreme conseguenze. “Reign In Blood” è l’opera che, con maggior compiutezza di quelle coeve dei Megadeth, fece questo. “Among the Living” degli Anthrax – dell’anno dopo – svilupperà invece, via il “Restless and Wild” degli Accept, lo speed dei Metallica.
Losangeliani, gli Stayer vissero all’epoca e nel pezzo di mondo in cui si farneticava addirittura di “fine della storia”, perché ormai il pianeta lo si presumeva in mano agl’americani e sembrava che non restasse, se americani, che sguazzare perversi e irresponsabili nell’onnipotente da potersi sbracare a piacimento, capitalismo consumistico: magari sbeffeggiandolo quanto più se ne pretendeva, viziati e viziosi, i benefici. Tanto, c’è così tanta roba – anche in termini di cultura e nozioni, non solo d’oggettistica – che si può, se non si deve, sperperare sciupare giocarsi bersi tutto quel che si riesce. Comunque, non si riuscirà a farci davvero del male perché la società assistenzialistica, perché il surplus clamoroso di ricchezze d’ogni sorta, ci conserverà sempre e comunque. Da qui droga, alcol, metal, satanismo puerile, confuso magari con un nazismo di cui s’ignora bellamente la storia; da qui infingardaggine, strafottenza, contestazione sterile e bizzosa, coazione a ripetere, fino alla mania, di comportamenti divenuti oramai moda e tradizione: quelli sex drugs and rock ’n’ roll e, nell’86, anche quelli metal, che registrava, in quegli anni, il suo acme, non più toccato, di popolarità e vigore.

“Reign In Blood” va ricondotto a questa dimensione per giustificarlo da quanto – nel modo attuale, così diverso e distante da quello dell’86 e che si sa, grazie alle conoscenze fornite da Internet e dalle altre tecnologie, drammaticamente fragile ingiusto e complicato – potrebbe risultare davvero troppo fuori luogo, davvero troppo estrinseco.

Tom Araya, voce e basso, nell’86 aveva 25 anni. I chitarristi Kerry King e Jess Hanneman anche di meno. Il cubano Dave Lombardo, forse il batterista metal più famoso, e intelligente, avendo scelto nel ’99 i Fantômas ed essendo stato scelto, sempre in quell’anno, da John Zorn … – era ventunenne. E l’età – a riconferma del fatto che il rock o lo si fa da giovanissimi o non lo si fa – va messa in conto per una qualche comprensione/giustificazione d’un album ch’altrimenti, anche per questo, potrebbe apparire nella migliore delle ipotesi ridicolo (anche se non mai quanto quelli dei troppi emuli suoi): con una copertina d’espressionismo tanto truculento quanto d’accatto; col logo della band che ricorda la svastica; coi testi delle violentate canzoni che, anche per chi non lo sa l’inglese, debordano, basta qualche ripetutissima parola, sciocca e fissata – ed evidentemente conforme ad una certa moda – truculenta da referto autoptico.

L’oggi blasonato – 10 Grammy Awards – produttore di Red Hot Chili Poppers e Metallica, Rick Rubin, allora sconosciuto ventitreenne e, vista la fedeltà successiva, quinto membro degli Stayer, avrà contribuito in misura decisiva a organizzare nella maniera più compatta e conchiusa il materiale di “Reign In Blood” costituito da 10 tiratissime tracce dalla durata complessiva di meno di 30 minuti. Già questa tempistica pone “Reign In Blood” nell’alveo dell’avanguardia. Il metal aveva abituato ad album ben più lunghi; vicino alla durata sinfonica progressive. Invece “Reign In Blood”, per portare all’estremo e strenuo compimento il thrash dei Metallica, esclude, dei Metallica, la dimensione speed, vale a dire quella velocità e violenza che però si distendono nel tempo in maniera tale da produrre anche un certo epos (si pensi a The Four Horsemen); e lo fa tutto a vantaggio della dimensione thrash, vale a dire della componente hardcore che consentì prima ai Motörhead e poi ai Metallica di passare dal metal all’heavy (si pensi, per restare sempre a “Kill ‘Em All”, a Whiplash).

La differenza del thrash metal di “Reign In Blood” rispetto al metalcore o punk-metal di Agnostic Front e Suicidal Tendencies, è che “Reign In Blood” si colloca nell’epoca del death-metal – “Death Metal” dei Possessed è dell’84 – la quale contribuisce a stabilire inserendo in tessiture hardcore impostazioni (voci e tematiche) poi proprie di death metal e affini. Qualcosa del genere avevano già fatto, rispetto ai Motörhead, i Venom, perciò definiti dark metal. Ma anche in ambito hardcore – con Misfits, Black Flag e Discharge – ci si era avvicinati a una simile contaminazione.
“Reign In Blood” esprime il suo thrash intinto di death negli otto, impeccabilmente tanto identici quanto identificabilissimi, pezzi centrali che – da Piece by Piece a Necrophobic, da Altar of Sacrifice a Criminally Insane a Reborn – vorrebbero ossessionare il mondo rivomitandogli addosso amplificate le sue infinite crudeltà ripugnanze e torture senza ragioni né redenzioni.
Ma sceneggiate e icone a parte, quello che piuttosto sembra rilascino simili – grette per la musica classica, sofisticate per la rock – furie, è un coraggioso e robustissimo tentativo condotto da chi non n’ha i mezzi tecnici o culturali – che dovrebbero esser quelli d’un’equipe di neuropsichiatri – per far fronte alle devianze umane che vengono ad esempio chiamate paranoia, sociofobia, attacco di panico, masturbazione compulsiva ecc. ma che non sarebbero altro che l’ineliminabile natura umana dolorosamente comune a tutti quanti e mascherata solamente dall’ipocrisia borghese.
Angel of Death e Raining Blood, lunghi il doppio degli altri rigurgiti d’una narrazione ricondotta a esplosione, ne sono, ad apertura e chiusura di questa, con le loro accelerazioni e montagne russe telluriche, l’alfa e l’omega mai più rivissuti ma solo, al limite, ripetuti da Obituary, Cannibal Corpse o dagli stessi Slayer degli album successivi nei quali il rock, che tale comunque rimane, mostra inesorabilmente quello che è al di fuori delle sue pietre miliari: noia.

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